Sulle elezioni presidenziali in Ecuador

 

Il ballottaggio alle Elezioni Presidenziali Ecuadoriane di Domenica 2 aprile 2017 ha dato vincente Lenin Moreno,  il candidato del correismo e del partito di governo  Alianza Pais con il 51,15% dei consensi contro il 48,85%  dell’oppositore banchiere  Gullermo Lasso, del partito di centro-destra Creo. Queste elezioni, sino all’ultimo, sono state caratterizzate da una feroce propaganda che non ha risparmiato le accuse di truffa da entrambi le parti e la sostanziale divisione a metà del paese, tra chi sostiene la opzione socialistoide di Alianza Pais e vuole proseguire nel rifondare l’Ecuador in senso moderno e con più attenzione al sociale e coloro che, sostenendo di essere di fronte ad una dittatura di una casta burocrate e corrotta, vuole far tornare il paese indietro, riportando al governo la vecchia nomenclatura oligarchica finanziaria e parassitaria, succube dei diktat statunitensi. Lenin Moreno, alla fine, l’ha spuntata per il rotto della cuffia, anche se la sua coalizione, una piccola borghesia nazionale, vagamente socialistoide, con proclami di equità sociali, ma con piglio autoritario, paga soprattutto l’autoritarismo personale dell’ex Presidente Rafael Correa, che negli ultimi 5 anni, per sue caratteristiche personali autoritarie e vanagloriose, non è stato capace di crearsi delle alleanze politiche a garantirsi un buon esito elettorale sin dal primo turno, ma ha rischiato gravemente di perdere al ballottaggio. La caduta di consensi elettorali di Alianza Pais e di Lenin Moreno non è solo dovuta alle gravi difficoltà economiche in cui si è dibattuto il governo di Rafael Correa a causa del forte ribasso del greggio e a causa del grave terremoto che il 17 aprile ha sconvolto una parte del paese, distruggendo case e interi paesi in zone non sismiche, con centinaia di morti. La caduta di consensi è principalmente dovuta all’autoritarismo svelato da Rafael Correa, soprattutto nella sua seconda e consecutiva presidenza, nel non essere stati capaci di crearsi alleanze politiche adeguate. Per esempio raggruppamenti di sinistra come l’MPD (Movimento Popolare Democratico, guidato dal Partito Comunista Marxista-Leninista dell’Ecuador di ispirazione henverhoxiana) e l’indigenista Pachakutik sono stati estromessi in malo modo dalle alleanze di governo, creando mal contento anche tra le fila di raggruppamenti politici che, sin dall’inizio, avevano sostenuto i cambiamenti strutturali che Alianza Pais aveva promesso e parzialmente attuato in Ecuador. In questi dieci anni non si è mai fatto una politica di alleanze, ma forte del sostegno popolare ed elettorale che superava il 60%, Alianza Pais ha fatto dell’esclusione e dell’espulsione un fattore determinante del suo agire politico, isolandosi sempre più in sé stessa e, col piglio imponente del suo leader, ha avuto come risultato quello di alienarsi le simpatie di molti cittadini di sinistra e di gettare anche molti raggruppamenti politici di sinistra tra le braccia del populismo di destra, facendo così il gioco delle opposizioni di destra, che, col loro quasi totale monopolio dei media e dei social network, hanno saputo creare nel paese un clima di veleni e di infamia, che ha decisamente favorito i candidati dell’opposizione di destra. In un clima rovente, con proteste di massa, mobilitata dai media di destra, è stato molto difficile spuntarla al ballottaggio per il candidato di Alianza Pais. Dall’altra la destra ecuadoriana, con queste elezioni, ha dimostrato di essere a sua volta divisa nettamente in due parti. Da una parte stanno i socialcristiani che hanno una loro politica sociale contraria alle privatizzazioni selvagge prospettate da Gullermo Lasso e sono più propensi alle vecchie corporazioni e rappresentano la vecchia reduce oligarchia politica degli anni 70’ e 80’ del secolo scorso e che ha nel sindaco di Guayaquil, Nebot, il suo leader principale. Dall’altra ci sono i sostenitori del banchiere Lasso, riuniti nel partito politico CREO, che rappresenta gli interessi del capitale parassitario nazionale finanziario e, pilotato dal capitale internazionale finanziario statunitense in primis, vuol ripercorrere anche in Ecuador le esperienze delle rivolte arancioni dell’est europeo, telecomandate dagli Usa che vogliono riprendersi il controllo dell’Ecuador, sfuggitogli di mano con l’arrivo di Correa al potere e sostituiti da capitale cinese e russo che con Correa hanno investito e stanno facendo ottimi affari in Ecuador. Il programma di Lasso prevedeva la privatizzazione dei servizi e delle società statali, cosa a cui sono contrari sia Alianza Pais, che i socialcristiani. Questa divisione è stata senz’altro determinante per la sconfitta di misura di Lasso, in quanto non ha saputo sommare a sé tutta l’opposizione al correismo. In pratica Lasso non ha saputo far convogliare su di sé tutto l’elettorato contrario ad Alianza PAis. Non è riuscito anche perché Lasso è stato uno dei responsabili del crack finanziario e sociale che subì l’Ecuador, all’inizio di questo secolo, che ha provocato la fuoriuscita di tanti cittadini dal paese in cerca di lavoro negli Usa, in Spagna, in Italia e in altre parti del mondo. E il ricordo di quel immane disastro è ancora ben vivo nella mente di molti ecuadoriani, che hanno perso genitori o figli in qualche parte del mondo, lontano dalle proprie famiglie.  L’unica nota positiva di queste tormentate elezioni presidenziali è che il paese non è caduto in mani peggiori e non è potuto tornare sotto il tallone degli USA, che l’avrebbero nuovamente dilapidato e riportato indietro di 10 anni. Queste elezioni hanno dato ragione a chi in questi dieci anni ha voluto modernizzare il paese e renderlo più sviluppato. Ma da qui a dire che l’Ecuador è un paese socialista, come sostiene Alianza Pais, ce ne corre e non è vero. Speriamo che, alla luce di quello che è successo, Alianza Pais faccia tesoro dei suoi errori, anche gravi, e possa correggersi, fare alleanze costruttive con raggruppamenti politici affini e sappia superare e risolvere i problemi occupazionali e sociali, che ancora persistono in Ecuador, per fare veramente l’Ecuador quel paese del Buon Vivere, di cui la loro propaganda parla spesso, ma che ancora non è stato realizzato.  

 

Silvano Ceccoli

Circolo Culturale Proletario di Genova

Aprile 2017